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Senso vuoto e fastidio [edizione porta di uscita]

Disse Celine di Progvolution o di qualcun altro:

“è un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo”.

Mi leggo e provo irritazione per la banalità. Un fastidio epidermico per questo spandersi di vuoto sentenziante solo se stesso. Perché bisogna riaffermare quello che sappiamo tutti? Perché sottolineare evidenze grossolane?

Perché dobbiamo ripeterci ovvietà trite, comode e spente?
Perché sentirsi comodi nella normalizzazione borghese, nell’accondiscendenza, nella inconsapevolezza?

Nel momento in cui vorrei comunicare mi accorgo che l’unica cosa che ho da esprimere è il desiderio di non mettere in comune nulla se non appunto il fastidio.
Non ho da raccontare un aneddoto, una storia, una critica sociale.
Solo una sensazione. Vuota. Un senso vuoto.
Ma un senso vuoto, è evidente, non ha senso logico. Lo ha, eventualmente, solo nel senso dell’horror vacui. Riempio un vuoto dandogli foggia.

Nonostante questo affondare in un fastidio generalizzato e senza sostanza, bisogna avere coscienza di se. Questa è la cosa fondamentale. Ammettere che la vera solitudine è quella che percepisci in compagnia (per dirla con Tabucchi “le persone sono lontane quando ci stanno accanto”). Riuscire, almeno a tratti, a sottrarsi dalla parte di noi che non è nostra ma che ci compenetra per il solo fatto di vivere in società. Un ipotesi di igiene mentale prevede di riuscire talvolta a dire quello che non è gentile, non è opportuno, non è delicato, non è pacifico, non è umano. Ma non per provocare o irritare. Non è una versione scolorita stile epater la bourgeoisie. No, nulla di tutto questo. Dar fastidio ai bigotti è così facile da risultare insipido.
La volontà è altra.
È solo interno di pupazzo.

Dal mio punto di vista che il mondo richieda una valutazione di pessimismo totalizzante è un dato di fatto (per rendere l’idea potrei usare le parole di Agote Krisotv:

“la vita è di un inutilità totale, è nonsenso, aberrazione, sofferenza infinita, invenzione di un Non-Dio di una malvagità che supera l’immaginazione”).

L’ottimismo è solo voler far finta di non vedere lo stato delle cose.
Una strategia in fondo anche giustificabile ma che non per questo rende migliori i maestri del pensiero positivo.
Che uno può vedersi i film di Frank Capra, leggersi i libri di Paulo Coelho, ascoltare le canzoni melodiche italiane, credere ai lieto fine, amarsi con le logiche dei messaggi nei baci perug***. Lo può fare, può convincersi. Ma alla fine della giostra lo sai. Nel profondo la voce del dubbio sibila.
La puoi annegare nella melassa. La puoi intontire di favole. Ma lì rimane.

Per quelli che proprio non riescono a sentirlo quel sussurro, non c’è problema, si possono accomodare negli ameni luoghi che vendono il pensiero positivo, l’incanto stupito della bellezza della vita (degli occidentali, ma questo è un particolare), la poesia indicibile dello spettacolo della natura. E senza nessun dubbio. Basta prestare attenzione perché essere sempre innocui è una forma di ferocia che conduce ad auto divorarsi.
Ma lo stesso si può continuare ad abbracciare la filosofia degli applausi, delle pacche sulle spalle, delle strizzate d’occhio, del faceto rampante sul serio.
Basta scegliere.
Questa è l’ennesima porta di uscita che vi indico.
La vostra libertà di scegliere la retta via, di divergere la realtà, di fuggire dalla fuga mi rende sempre più vero e posso permettere di lasciare lo spazio alla letteratura:

“Gli uomini sono come i pidocchi, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano. Tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. È nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta più pelle. Eppure su di me l’effetto è esilarante. Invece di esserne scoraggiato o depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte” ( Henry Miller, Tropico del cancro)

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  1. 13 marzo 2009 alle 18:58

    Caro Prog…dissento da te quando dici che “l’ottimismo è solo voler far finta di non vedere”. Non sempre e non per tutti è così. C’è un tipo di ottimismo dettato da altro che non sia Coelho o altri surrogati di “strade maestre”.Io mi sento un’ottimista vigile, critica e consapevole! Le tue riflessioni non sono mai banali.

  2. 14 marzo 2009 alle 11:39

    Va bene…ognuno ha i suoi punti di vista!

  3. UN UOMO
    14 marzo 2009 alle 15:17

    Pro-g-vocazione, ricerca di te stesso, falsità nei tuoi commenti?Fai un post in cui fai uscire te stesso e non i pensieri detti da altri.Attendo una TUA risposta.

  4. 14 marzo 2009 alle 16:42

    x arnical’ottimismo “critico, vigile e consapevole” mi affascina… sembra una forma di pessimismo intelligente…x Angelomolto ecumenica!x Un uomoin ogni post esce me stesso, i pensieri degli altri sono solo uno spunto o una conferma.La MIA risposta è questo post, mi spiace attenderai invano

  5. 14 marzo 2009 alle 16:50

    Por Dios,Marco contesta en un post y yo no he escrito!!!!!!!!!!!!!!!!!

  6. 15 marzo 2009 alle 22:16

    La puoi annegare nella melassa. La puoi intontire di favole. Ma lì rimane.

  1. 6 luglio 2010 alle 06:10
  2. 22 marzo 2011 alle 21:11
  3. 23 ottobre 2011 alle 22:44

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