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Attenzione: questo post potrebbe disturbare la sensibilità di alcuni lettori

“Questo spettacolo per il linguaggio e per le situazioni rappresentate potrebbe disturbare la sensibilità di alcuni spettatori”.

Il cartello serve a pararsi il culo. Lo intravedo entrando in teatro. Un cartello discreto e ipocrita.
La gente, parata con l’abito della festa e intenta a chiacchierare con i conoscenti intravisti nel foyer, lo nota appena e defluisce, apparentemente contenta di non passare il sabato nella solita pizzeria, a prendere posto in galleria e platea.

Prima dello spettacolo non ci avevo fatto molto caso ma ora capisco. La verità rischia di essere disturbante. Prima di proporla bisogna avvertire le anime belle. Bisogna prepararle. Lo shock è dietro l’angolo. La verità potrebbe fare male perché siamo abituati a vivere nelle menzogne.
La verità è spogliarsi ma nella nostra società il nudo è osceno, è sporco, è offensivo.

Luci. Gli attori in accappatoio. Urlano, l’accappatoio cade, completamente nudi. Un secondo, buio.
La metafora è come uno schiaffo: preparatevi perché vi stiamo mettendo a nudo, stiamo togliendo le maschere, supereremo il pudore.
Luci. Gli attori nudi ma le braccia coprono gli osceni corpi. I sessi sono nascosti, la moralità pubblica è salva.
Inizia il teatro. Ma è teatro? Mettere in scena la realtà nuda e cruda, senza nessuna elaborazione, senza nessun filtro è arte? Non lo so. È narrazione, è cronaca. Fare cronaca in una società muta, cieca e sorda è forse diventata l’unica arte possibile.

Quello che siamo viene riassunto, inglobato. Un sunto della nostra società di odio.
Comincia la filastroccaAlbanese di merda, negro di merda, marocchino di merda, terrone di merda, ebreo…”. Nulla di nuovo.
Sono le voci della gente, le parole rubate nelle piazze, nelle chiese, nelle pizzerie. I nostri concetti, i nostri pregiudizi, il nostro odio.
Riunito, messo in fila, declamato a raffica. Una filastrocca, una cantilena automatica. Declamata senza anima come macchine umane. L’effetto è straniante. Non ti senti offeso, dopo poco cominciano le risatine isteriche del pubblico.
Ridiamo trattenuti perché stiamo guardando uno specchio e vediamo degli esseri osceni e grotteschi degni di risata. Ma ci tratteniamo perché siamo noi. Cazzo siamo noi questo schifo rappresentato.
Una valanga d’odio, automatico e grazioso. Matrici di bestemmie e insulti generalizzati. L’unica tradizione orale rimasta a questa nazione in cancrena. La lezione dell’odio che insegniamo ai bambini: indifferenza, xenofobia, razzismo, consumismo, volgarità, fanatismo di ogni genere.

E poi luoghi comuni per riempire il vuoto di pensiero, detti popolari, rime di saggezza ritmate a cascata uno dietro l’altra. Senza sosta, senza respirare per paura che qualunque pausa ci obblighi ad azionare il cervello. Gioia e liberazione dal pensiero critico.
E poi la tv, unica regina del nostro odio (“Con la testa tra le gambe…Italia uno”, “Buttandosi in piscina…Italia uno”, “Con una pentola sulla testa…Italia uno”…).
E poi i soldi unico Dio venerato, calcoli, conti, moltiplicazioni. Soldi per esistere, soldi per non scomparire nell’anonimato, soldi per variare le prostitute (“le slave sono porche… le italiane sono dolci…”) soldi per comprare case, fabbriche, auto, cellulari, farmaci, droga.
E poi il calcio l’unica emozione animalesca di un popolo anestetizzato.
E poi la finta commozione per la morte di un personaggio famoso, unico momento in cui la telecronaca retorica e tronfia dà un senso a esistenze vuote celebrando cinicamente il vuoto nella morte di un presunto grande e famoso.
Tutto diventa filastrocca, rime baciate, rosari di orrore banalizzato.
Filastrocche crudeli ripetute nelle strade, nei cortili, nelle scuole, negli uffici.
A rendere ancora più straniante questa sorta di videoclip sociale, tra le filastrocche vengono inserite le canzoni sdolcinate della tradizione italiana, il falso punk opportunista dei Prozac+, o le litanie distorte dei CCCP fedeli alla linea. E poi ancora filastrocche di piombo cantilenate con voci lievi, assenti, stralunate, deprivate.

45 minuti. Finito. Tutta la decadenza marcia dell’Italia 2009 si riassume in fretta.
Poi applausi. Gli stessi applausi che avevano accompagnato Goldoni, Euripide, De Filippo.
Questa volta sono per Made in Italy (di e con Valeria Raimondi e Enrico Castellani). Così si chiama lo spettacolo. Fatto in Italia.
Applausi a Made in Italy. Gli stessi identici applausi. La stessa cosa, nessuno sembrava disturbato o indignato. Il cartello all’ingresso non serviva, ormai non c’è nulla di cui indignarsi, l’odio è metabolizzato non facciamo neanche più finta di offenderci.
Applausi alla rappresentazione, applausi alla finzione. Applausi alla realtà? Quella mai, tutti sono usciti assolvendosi, ne sono certo. Tutti pensano di aver visto messo in scena il cancro silente di una minima parte di società che non li rappresenta, che in fondo è trascurabile.
La gente ha avuto la possibilità di vedersi chiaramente ma non ha il coraggio di capire.

Io, invece, mi sono riconosciuto, ho infilato la via di casa passando per la piazza principale, Per terra i residui della gioia di Carnevale. Coriandoli e stelle filanti dei bambini che hanno giocato il pomeriggio.
Me li sono raffigurati crescere figli di questa società di odio. Una società sempre più sporca e sempre più innocente della sua colpa perché la colpa non è più tale, si trasfigura. L’odio diventa naturale, intrinseco, materia di educazione sentimentale.
Guardavo la piazza deserta e immaginavo i bimbi giocare mascherati e poi andare a casa.
A imparare le filastrocche.

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  1. 16 febbraio 2009 alle 19:55

    Non trovo molte parole per commentare il quadro sociale che hai dipinto. Ho in bocca il gusto amaro della decadenza di un popolo che non riesce a capire che quella dinanzi allo specchio è la sua propria immagine. Un saluto.

  2. 16 febbraio 2009 alle 20:03

    …………c’è del vero, ma ci sono anche altre verità…sarà che il mio bicchiere è stupidamente mezzo pieno, oppure che amo troppo tutto e la vita in genere per poter vedere solo nero, oppure sono vigliacca e nn voglio vederlo…io riesco ancora a vedere il bello in tante cose, ma riconosco che hai detto cose vere….ti lascio un sorrisone ed uno sguardo occhi negli occhi, sai…è per dire che ho capito cosa hai scritto..ciaobuona serata è sempre interessante venire a trovarti 🙂

  3. 16 febbraio 2009 alle 20:10

    Sulla questione applausi potrei scriverci un libro. Non so se hai notato: il pubblico teatrale somiglia troppo a quello televisivo, si applaude SEMPRE e per qualsiasi cosa. Che schifo di pubblico!

  4. 16 febbraio 2009 alle 20:40

    E’ lo specchio del clima creato ad hoc in Italia restituito con un pugno nello stomaco agli italiani stessi. In marzo passa anche dalle mie parti forse un pugno nello stomaco ogni tanto può anche fare bene. Anche nella mia ex-pacifica e tollerante provincia romagnola sono cominciate le filastrocche esposte nello spettacolo che hai appena visto.

  5. 16 febbraio 2009 alle 21:06

    Certo che applaudivano,loro non sono così, non si riconoscono in quel che hanno visto,non li riguarda.Se tu ti sei riconosciuto è perchè sei consapevole di correre il rischio di diventarlo,è difficile vivere in questa società senza esserne fagocitati e omologati.Tieni alta la guardia.

  6. 16 febbraio 2009 alle 21:43

    che devo dirti? che hai perfettamente ragione’ purtroppo si… viviamo in una società fredda, egositica, piena di pregudizi di ogni sorta, dove non esistono ne morale, ne etica, ne tantomeno i sentimenti nobili. la società che si nutre di odio, di rabbia e di indifferenza totale. a questo passo andremo a a finire a mangiarsi un con l’altro…

  7. 16 febbraio 2009 alle 21:44

    Grazie per aver raccontato di questo in modo che lascia brividi dentro.Lo linko sul mio blog. Se dovesse dispiacerti, avvisami e lo tolgo.Ciao, ti abbraccio.

  8. 16 febbraio 2009 alle 21:44

    Quante verità…in questi tempi è difficile essere ottimisti: la realtà ce lo impedisce…

  9. 16 febbraio 2009 alle 23:20

    è la società che pezzo per pezzo abbiamo costruito, ognuno di noi…

  10. 17 febbraio 2009 alle 11:20

    ho lavorato tanto nel teatro italiano di prosa per amore, intenso e passionale amore.Posso solo apprezzare gli sforzi dei drammaturghi per rimanere sempre un passo avanti a tutti e cercare di rappresentare la realtà prossima dal “di fuori”!Specchio o non specchio dei tempi, questo spettacolo e il tuo articolo siano da monito a tutti coloro i quali fingono di non riconoscersi in “made in italy”, ma soprattutto a tutti coloro che si identificano in esso e fanno spallucce con aria di sufficiente superiorità dicendo: “io non sono così!”Complimenti PROG!!!!!!

  11. 17 febbraio 2009 alle 12:01

    Non è il tuo post a disturbare la mia sensibilità ma la realtà che ci circonda…Mi sono accorta che da un pò di tempo a questa parte non faccio altro che lamentarmi, anche in situazioni in cui dovrei rilassarmi e non pensare a tutto questo…E risulto pesante per me stessa e gli altri. Non è semplice guaradare in faccia alla realtà per quel che è veramente ed affrontarla.Io preferisco farlo in ogni momento comunque…Anche nel mio paesino dove quelle filastrocche, il razzismo dilagante, l’ignoranza, sono all’ordine del giorno…

  12. 17 febbraio 2009 alle 17:14

    Il made in italy è come la foto che hai postato … paragonabile ad un’opera dadaista … mi ricorda il quadro “questa non è una pipa”dove per l’appunto, c’era una pipa. O quella banana con su scritto un altro frutto … le contraddizioni sono alla base delle psicosi, secondo alcuni, ed effettivamente ai “capi” servono dei sudditi traumatizzati, che possano accettare passivamente le loro “soluzioni” ai problemi che hanno causato loro stessi ad arte. (vedi crisi controllata).

  13. 17 febbraio 2009 alle 22:17

    Triste questa affermazione che faccio dopo averti letto:“Speriamo che sia SOLO teatro, mio caro PROG !!” Non saprei proprio cosa aggiungere ad un post così VERO e CRUDO !! Ciao Vania

  14. 17 febbraio 2009 alle 23:47

    Mi piace questo post.Mi sento parte di questa società, chissa’ quante volte mi usciranno dalle labbra o luoghi comuni o parole di odio.La mediocrità del consumismo è una brutta bestia.Teniamo alta la consapevolezza.gio

  15. 18 febbraio 2009 alle 20:56

    bravo, un bel post che fa riflettere….

  16. Anonymous
    21 novembre 2009 alle 02:46

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