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Trilogia dell’incorporeità

Le tre croci

I – Arreso alla Canzone
Affondo nel letto matrimoniale. Due posti ma sono l’unico occupante.
Sprofondi nel rifugio protettivo delle coperte, liberi il corpo dal peso della gravità. Ti aggrappi alla musica, lo fai spesso e in modo maniacale. Il cd è nel lettore, quello di ieri. Traccia 11 e schiacci repeat. Ormai sono 4 giorni. Dal lettore mp3, dal pc, dallo stereo.
La stessa canzone.

Le stesse parole che sai a memoria ma che l’udito solo intuisce. Sai l’anagrafe del compositore, quella la sanno tutti. Ma tu sai quello che prova, sai cosa sentiva quando l’ha composta. Forse l’hai scritta proprio tu in un mondo parallelo. Quella musica è diventata tua perché te ne sei appropriato, l’hai fatta tua sentendola visceralmente. È un processo di riconoscimento. Ti sei visto, ti sei scoperto in quelle note. E vuoi continuare ad osservarti per scoprire cosa sei. Ti lasci avviluppare, la lasci scorrere in un flusso ininterrotto che continua anche dopo lo stop.
Da quanto tempo hai quel cd? Rifletti. 14 o 15 anni. Da quanto tempo non lo ascoltavi? Forse 1 anno, 1 anno e mezzo. Ma lui ti ha ritrovato. Cataste di dischi ti guardano impilati, ordinati, pronti. Alcuni hanno copertine stropicciate dall’uso altri sono quasi intonsi. Non c’è scelta, ma necessità. Il pensiero ti guida, sai cosa vuoi ascoltare. La tua mente necessita quel cd, quella canzone. Non sai neanche da dove ti è uscita, sai che qualcosa ti attraversa e quel qualcosa ha la sua colonna sonora e tra tutti i tuoi ascolti quella canzone, ora, è inevitabile.

II – La piaga delle parole
Hai bisogno della musica e del suo messaggio. Ne hai bisogno perché ora senti mancarti le parole. Senti confusamente quello che vorresti esprimere ma ti manca il linguaggio.
Vorresti focalizzare la tua confusione nelle parole dei cantanti, dei poeti, degli scrittori. Sai che quello stato confusionale qualcuno l’ha descritto con chiarezza mentale e ti metti a cercarlo.
Deleghi a chi è più grande di te o almeno più lucido. Cerchi di fare chiarezza in un offuscamento volontario. Aneli all’epifania liberatoria di quello che, in fondo, è una banalità che nascondi per pudore e per difesa.
Lavori con le parole e ne conosci il peso, eppure abiuri. Rinunci al messaggio. La rinuncia comunica, il silenzio ha molte più interpretazioni di una frase esplicita. Ma senti che ci sono cose che non puoi, non devi, non vuoi dire. Sai che ti attende l’interpretazione, sai che le parole possono essere irreversibili, diffondere dolore, compiere vendette.
Non lo vuoi. La parte cattiva di te lo vorrebbe ma la parte buona ti urla che ti pentiresti. Ma continui ad avere quella tentazione. Offendere, picchiare, rapire con l’uso violento delle parole. Per dimostrare al mondo che esisti, che stai male, che non lo vuoi accettare. Parole come vettori di contagio. Parole per diffondere agli altri il tuo disagio, per meschina vendetta.
Diffondere la malattia per liberarsene. Espandere la lebbra per donare la colpa.
Ma questo progetto spietato fallisce di fronte alla volontà di tacere verso una sfera pubblica che annichilisce e una sfera privata che non vuoi esprimere.

III – Manichini senza lacrime
Nel momento che vorresti dire tutto ti diventa chiaro che non riesci a dire niente. È quasi ovvio.
Vuoi stare fermo come la preda inerme che può opporre solo il mimetismo al predatore. Allora resti fermo e trattieni il respiro. Speri che immobilizzando il corpo anche la mente trovi quiete.
Provi una voragine di vuoto e vuoi che venga riempita. Lasci fare, abbatti gli argini, ti doni al massacro.
Il compiacimento è così morboso da non sembrare più riprovevole. Sei incapace di distinguere il limite altrui ma conosci esattamente la tua soglia e la vuoi raggiungere.
Riesci a trovare un senso alla tua negatività e alla sua esposizione oscena. Il racconto è dolore ma il silenzio è flagellazione. La caduta è, dunque, inevitabile e la desideri pensando che la disperazione si debba affrontare per riuscire ad esaurirla.
Sussulti tra rigurgiti di dignità e inciampi di commiserazione, ti alzi, ricadi.
Sei statutariamente felice, nulla sembra impedirlo. Eppure, con accennato pudore per chi ti sta accanto e ti vuole bene, vorresti poter dire di essere infelice.
Non sai perché e non vuoi dare spiegazioni. Ti infastidisce perché è banale, eretico e banale. L’infelicità è una colpa oscura nel supermarket dei manichini sorridenti. È un tarlo insopportabile nell’architettura delle menzogne di una collettività plastificata. L’onta di essere infelici, diventa di per se, motivo di infelicità e quindi di vergogna. Una vergogna che rende ancora più infelici e che ti consigliano di nascondere. Puoi scegliere rifugi chimici o biologici, è uguale. Il rifugio, pallida illusione, ti farà stare ancora più male, sarà ulteriore fonte di infelicità.
Chi vuole schivare la sana accettazione di una malinconia inestricabile non saprà mai che il Pierrot, tra risa isteriche, può sciogliere il trucco nell’acido. Nello stupore ebete dei manichini, tra sorrisi sempre più faticosi per muscoli sempre più stanchi di una paralisi innaturale, Pierrot, svelata per un attimo l’eterna maschera piangente, donerà un sorriso.
Solo chi è in grado di piangere e in grado di ridere.

IV – 4 di 3
Quattro di una trilogia senza senso, impressioni e defezioni mentali che devono trovare sfogo per la tenebra definitiva di una testa senza corpo. Deboli segnali senza serie. Il suono non riesce a finire, la musica sfuma piano fino a incocciare il sonno.
Domattina di nuovo, traccia 11 e play. Stavolta fuori dal nascondiglio, opponendosi alla forza di gravità.
La storia finisce dov’era iniziata, incatenato a un ciclo che non può aver fine perché riesce a sognare un futuro straniero che non gli appartiene abbandonandosi ai ricordi di un breve passato che non si può strappare.

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  1. 11 febbraio 2009 alle 19:34

    ho letto attentamente il tuo post;traspare la tua rabbia,i tuoi pensieri,le tuee preoccupazioni….non riesco però a capire se era un grido di allarme,un grido di aiuto o solo uno sfogo……Aiutami a capirlo:forse sono io troppo stanca per comprenderloLella

  2. 11 febbraio 2009 alle 19:49

    conosco la coperta che ti avvolge, a volte scalda molto spesso pesa e basta…Lascia sempre una porta aperta, lascia che altra musica affascini la tua bella sensibilità…Un abbraccio

  3. 11 febbraio 2009 alle 19:52

    ora, pero’, devi dirci qual’è la traccia in questione, così capiamo se ci sono questioni di cuore.La maggior parte del mio tempo passato fra sfoghi e melodramma esistenziale è stato proprio per problemi di cuore.Ma ora sto bene, non l’ho più.E non sai quanto facilmente venga fuori, in un discorso la parola vaff……..O forse è proprio Masini?

  4. 11 febbraio 2009 alle 21:05

    Grazie.

  5. 12 febbraio 2009 alle 08:26

    anche a me capita di sentire all’infinito la stessa traccia, per molti motivi…. ma che pezzo è quello che ascolti?? 😀

  6. 12 febbraio 2009 alle 08:43

    …sono molto curioso di conoscere la traccia ma sicuramente sarebbe sbagliato e riduttivo soddisfare tale curiosità perchè penso che solo la tua chimica con quella musica, suono e parole, riesce a far scaturire emozioni, rabbia e quant’altro che tu hai sapientemente ben descritto.Personalmente ho avuto e ho i miei pezzi “tormentone” e sicuramente hanno la capacità di dare in certi momenti motivazioni e sicurezza.

  7. 12 febbraio 2009 alle 09:48

    Credo che ciascuno di noi abbia il proprio “tormentone” musicale che lo accompagna per molti anni della sua vita. Un esempio molto banale e semplice e per una canzone di musica leggera: da quando ho ascoltato molti anni fa e per la prima volta “L’anno che verrà” di Lucio Dalla non lascio passare molto tempo e lo riascolto.

  8. 12 febbraio 2009 alle 11:23

    Com’è che dicevi? In certi momenti “ Ti manca il linguaggio per esprimere” le intense emozioni che provi… Mi pare invece che tu le stia esprimendo molto bene! Questo post è un grido silenzioso, espressione di tutto quello che ribolle dentro. Traspare una disperata ricerca di risposte… ricerca di pace mentale …sbaglio?

  9. 12 febbraio 2009 alle 12:11

    Letto su un muro della mia città”tanto non capireste”sotto un’altra mano ha scritto”ma io voglio capire” anch’io voglio capire.Le parole di quel brano dicono esattamente come ti senti?o sono le parole che tu vorresti dire e non puoi perchè “tanto non capireste”Forse e la ripetizione all’infinito della stessa musica ti porta a una specie di trance ed è quello che vuoi ottenere?Ho solo domande ma anche un piccolo consiglio,cambia C.D. cambia musica,non permettere che questo brano diventi una ragnatela in cui resti prigioniero e muto,perchè “io voglio capire”.

  10. 12 febbraio 2009 alle 12:25

    “Hai bisogno della musica e del suo messaggio. Ne hai bisogno perché ora senti mancarti le parole”…Nulla più della musica ci aiuta davvero ad esprimere ciò che abbiamo dentro, a dare sfogo alle nostre emozioni!Un saluto, a presto!

  11. 12 febbraio 2009 alle 12:50

    Bello, davvero. Ma non dire almeno l’artista è crudele 🙂

  12. 12 febbraio 2009 alle 14:02

    Quando ho questi momenti di sconforto io mi fisso sulla poesia. Da giorni e giorni rileggo gli stessi versi di Pessoa. Mi nutro delle sue parole, la loro bellezza é consolante.Buona fortunagio

  13. 12 febbraio 2009 alle 20:40

    Un brano musicale, una poesia, una fotografia , un film, tutto può servire ad estraniarci da questo mondo, ma sono proprio le espressioni artistiche che possono risvegliare in noi il sentimento di affrontare la vita con maggiore energia , perché nonostante tutto la vita va vissuta in ogni piccolo istante. Un saluto

  14. 12 febbraio 2009 alle 22:02

    Linkato!CiaoFrancescoIl Blog | Attualità | Psicologia

  15. 12 febbraio 2009 alle 22:06

    misembra il ciclo di canottaggio 3 tempiuno per l’attacco2 per la ripresa…mi manca il quarto!tu perche’ ce l’hai?

  16. 13 febbraio 2009 alle 13:00

    Mi sento di contraddirti almeno in un punto. E cioè che il breve passato quando diventa lontano si strappa. Stai tranquillo.

  17. 13 febbraio 2009 alle 14:24

    non è nulla di che, ed il tuo blog meriterebbe ben altri premi, ma se vuoi, potrai “ritirare” un piccolo riconoscimento sul mio blog.a prestopiero

  18. 13 febbraio 2009 alle 19:18

    x Lellaera tutto, era niente…a te l’interpretazione, la mia scrittura è volutamente impressionistax Angelonon sbaglix Stefaniase capissi tutto sarebbe troppo semplice e banalex Annachiaranon si può strappare…x tuttila traccia non conta ognuno avrebbe la sua connessa al suo animo e al suo momento

  1. 6 luglio 2010 alle 06:10
  2. 21 dicembre 2010 alle 23:56
  3. 17 febbraio 2011 alle 18:46
  4. 28 febbraio 2011 alle 18:26
  5. 6 marzo 2011 alle 20:18

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