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Diritto di voto agli immigrati: una scelta non razzista per l’integrazione di nuovi cittadini

L’estensione del diritto di voto è sempre stato un campo di battaglia tra forze progressiste e forze conservatrici. Da quando, loro malgrado, le aristocrazie hanno dovuto cedere alla democrazia, il voto è stato inizialmente attribuito quale privilegio a qualche specifica categoria, mantenendo una logica nobiliare dello stesso.

Può votare solo chi è proprietario terriero”.
Può votare solo chi è alfabeta”.
Possono votare solo gli uomini”.
Lunghe lotte hanno portato al suffragio universale maschile e femminile. Ora sembra scontato ma è stata una conquista complessa. Nel Sudafrica dell’apartheid i neri non potevano votare. Gli indios della Bolivia non potevano votare fino al 1950. Ancora nel 1965 Martin Luther King doveva mobilitare le masse nere per chiedere il diritto di voto per i neri alla più grande (sic) democrazia del mondo! Pochi esempi su tanti.La Storia insegna. Una classe, una razza, un’etnia prevalente difende il diritto di voto come privilegio proprio. Classi di reietti, quasi sempre per motivi etnici, di razza e di provenienza vengono esclusi dalla partecipazione principale alla gestione della vita della Nazione. Chi ha il diritto non lo vuole estendere, impaurito che una massa di ESTRANEI (così li percepisce) si arroghi di decidere della SUA terra (Cosa nostra, verrebbe da dire!). Non riesco a definirlo in altro modo che razzismo (“ogni atteggiamento discriminatorio variamente motivato nei confronti di persone diverse per categoria, estrazione sociale, sesso, opinioni religiose o provenienza geografica”).

Gli esseri umani immigrati nel nostro paese che, rispettando le nostre leggi, si fermano sul nostro territorio in modo stabile, lavorano e pagano le tasse (con cui si pagheranno i servizi pubblici di tutti i consociati), pagano i contributi, partecipano alla produzione della ricchezza del Paese (produzione e consumo, PIL insomma) come li vogliamo definire?
Sono o non sono cittadini?
O lo sono, o dovremo inventare uno status a sé, necessariamente di razzista inferiorità, dei minus habens, dei “consociati senza diritti”. La cittadinanza in Italia si acquisisce per matrimonio con cittadino italiano o per nascita sul suolo e richiesta al compimento dei 18 anni. Quindi gli immigrati regolari non sono giuridicamente cittadini.
Ma quello di cittadinanza è un concetto vetusto legato al mondo ante 1948. Un mondo di confini rigidi vigilati militarmente, di stranieri al di là delle frontiere, di immigrazioni rare e irregimentate. Ora il mondo è instabile e i popoli in movimento. Arroccarsi su un concetto restrittivo di cittadinanza e su questo costruire una politica di immigrazione sarebbe suicida ed esiziale.

Ma i migranti che si fermano in Italia, al di là della cittadinanza declinata sul passaporto, accettano un vincolo di appartenenza al nostro Stato la cui prima fase comporta il sottomettersi ai doveri di tutti gli altri cittadini. Il passo successivo, dopo un tempo che si può discutere, e l’estensione dei diritti di cittadinanza anche a chi non è giuridicamente cittadino. Non si può pensare di creare categorie di consociati integrati nella comunità ma che nulla possono decidere sulla gestione della res publica, che è diventata anche la loro.
Quando si promette democrazia, ogni esclusione, ogni marginalizzazione dalla stessa è foriera di problemi, di violenze, di non-cittadini esclusi dal consesso democratico costretti a sviluppare sentimenti di rivalsa. Quindi si deve pensare di allargare anche a questi cittadini (non-cittadini solo giuridicamente) il diritto di voto.

L’integrazione e la convivenza passano anche da questa scelta. Non è solo un fatto di principio, è un potente collante di una comunità che non potrà non essere multietnica e che se vuole una convivenza pacifica e proficua deve proporsi come obiettivo primario quello di formare persone che si sentano cittadini, partecipi ai destini del loro nuovo paese e non degli stranieri in territorio ostile. I figli dei migranti avranno diritto di voto, negarlo ai padri non è utile, non è intelligente, è miope. Altrimenti rimane solo l’ipocrisia delle veloci naturalizzazioni degli stranieri che sono, casualmente, ottimi atleti da Olimpiade.

Secondo Rousseau “i cittadini contano solo il giorno delle elezioni” quindi negare il diritto di voto agli immigrati e porsi sul declivio razzista di chi accoglie i migranti al grido “siete diversi da noi quindi non contate niente”. È buffo che un paese dove l’astensionismo è in crescita, cioè dove i cittadini di “serie A” sono sfiduciati sull’utilità del voto, e dove il sistema politico sembra avere vita autonoma rispetto alle scelte popolari, l’estensione del diritto di voto agli immigrati venga considerato un tabù, un baluardo da difendere. La questione è sicuramente solo ideologica ed è alimentata da chi, per scelta di convenienza politica (ritenendola popolare), ritiene saggio opporre una continua e oltranzista chiusura a qualunque scelta di apertura ai non italiani. Una linea politica che, con tutta la buona volontà, non si può che definire ottusa e farisea.

[photo credits: Vauro, web e wikipedia]

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  1. Anonymous
    8 settembre 2008 alle 19:55

    E’ la cultura comunista che continua a sopravvivere in Italia. Difatti i comunisti non permettevano l’emigrazione, anzi sparavano nella schiena a chi tentava di andarsene. Quanto poi all’immigrazione, non c’era e non c’è problema, da loro non ci ha mai voluto andare nessuno.

  2. 8 settembre 2008 alle 20:02

    Disamina illuminante, colta e raffinata.Non cambiare mai!

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