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Riflessioni sul senso della vita: cosa ci spinge ad affrontare le fatiche della vita?

Davide Racca, Una parola senza senso, 2007

So che è un titolo impegnativo, ma la lettura di un post di Nartek intitolato 11 anni, mi ha suggerito una riflessione che vi propongo:Superata la fase della sussistenza l’uomo tende a porsi domande sugli obiettivi ultimi delle azioni. Non appena liberi dal giogo della necessità ci impegniamo a trovare un senso. Questa spinta ha creato le religioni. L’uomo non riesce ad accettare la sua condizioni di finitezza e quindi comincia credere, (o sperare, forse) che la vita terrena è solo una fase di passaggio verso una realtà ultraterrena, quella sì sensata. Così la mancanza di senso della nostra vita terrena viene assorbita dal senso assoluto di passaggio verso la verità.
Allora tutti gli sforzi, le azioni vane, le vanità passeggere possono avere un significato.
Quando questa idealità si diffonde dal singolo ai popoli nascono le grandi civiltà, tutte caratterizzate dal riuscire a compattarsi dietro un grande ideale ultraterreno, religioso un tempo, ma anche politico e economico in tempi recenti (del tipo: impegniamoci a diventare la nazione più influente o più ricca della terra).
L’uomo mi sembra trovare realizzazione e, quindi, riuscire ad accettare il vuoto di fini della propria esistenza, solo nel momento in cui riesce a sublimarsi in qualcosa al di là di sé: Dio, la Nazione, il benessere dei propri figli. Quando volontariamente decide di portare questa bandiera è capace di accettare e sopportare sforzi, fatiche, stenti e frustrazioni.

Ma quando i singoli e le collettività perdono questa spinta all’assoluto cominciano a brancolare nel buio. Pensano di aver diritto di essere felici ma il vuoto di ideali li divora all’interno. Cercano succedanei nelle tossicodipendenza da sostanze antidolorifiche (nel senso più ampio del termine, inglobando droghe, alcool, psicofarmaci, denaro, sesso). Ma non serve, sono placebo, lenimenti estemporanei. Ma anche questo è indice che in un modo o nell’altro l’uomo cerca di andare avanti cercando, con scorciatoie, di accettare l’assurdo di una vita in cui le nostre forze sono dedicate alla formazione di noi stessi o di servizi alla famiglia o alla società.
La società odierna secolarizzata in ogni aspetto, edonistica, alla continua ricerca del piacere effimero, della libidine mercificata, del profitto fine a sé stesso e quindi senza bussola, senza solidi motivi per continuare la vita sociale. Nessuna idealità, materialismo becero. La conseguenza è, semplificando, una infelicità diffusa. Quasi tutti (parlo dei paesi “progrediti”), immersi in una forma mentis materialisticamente totalizzante, pensano che l’infelicità sia la mancanza di “materiali” (soldi, di solito, o potere, o consumi vari) e con più foga continuano a rifuggere l’idealità a cacciare i materiali. Così facendo peggiorano, evidentemente, la propria infelicità.
Non per questo le idealità che hanno mosso i popoli sono mai state positive (religioni settarie, nazionalismi, imperialismo, colonialismo). Quindi non pare esserci sbocco. Bisogna scegliere tra illusioni vane o crisi personale.

Non è disperante. Si può trovare un senso come singolo. Basta accettare la ineluttabilità della fine, la consapevolezza che uno scopo non c’è. Capire di essere animali che cercano di sopravvivere il più lungo possibile senza un motivo plausibile.
Accettarlo è doloroso ma indispensabile. Una riflessione profonda su questa tematica potrebbe anche portare alla follia.
Come tutti, preferisco rimuovere e affondare nel sub-inconscio l’idea di morte e il senso di inutilità.
Horror vacui. Non bisogna guardare la cima, perchè la cima non c’è….
Ovviamente quanto penso può essere tacciato di nichilismo e forse lo è, ma perchè nascondersi dalla realtà?
Un’ultima considerazione. Gli anni netti sono quelli che più ci mettono in crisi, quando svuotati i tempi dagli obblighi “sociali” abbiamo il tempo di riflettere e disperarci. Ecco perchè le società totalitarie tengono sempre impegnate le menti dei sudditi.
Il lavoro forzato, il dogma ripetuto, gli slogan coatti, la propaganda strisciante, l’ottundimento televisivo sono strumenti per espungere il dubbio dalla vita delle persone.
Il dubbio è il nemico pubblico numero 1. Il dubbio, la valutazioni critiche di tutte le verità che ci somministrano, è corrosivo. Distrugge fanatismi, religioni, ideologie, fedi laiche, nazioni. Distrugge le speranza acritica. Non crede ai miracoli. Da maneggiare con cautela, però. può distruggere anche l’uomo. Allora invidio chi non ha strumenti culturali per interpretare la realtà. “Più accresco la mia conoscenza, più accresco il mio dolore”. Trovo più sensata una condizione umana di imbarbarimento dedita al semplice soddisfacimento delle pulsioni primarie. Il gioco intellettuale è crudele masochismo nel cercare risposte e trovare altre domande che amplificano la crisi e il dubbio.

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  1. 7 settembre 2008 alle 08:58

    Indubbiamente stiamo riflettendo su delle tematiche che , credo, siano nel nostro subconscio, magari dimenticato.Io sono fermamente convinto che scavando al nostro interno arriveremo alle considerazioni crude e scevre da da condizionamenti. Il problema è che la ricerca interna è molto ma molto piu’ difficile della semplice constatazione di cio’ che è all’esterno, inoltre, abbiam perso l’abitudine alla considerazione. Siamo al tempo del “tutto pronto e servito”, premasticato e predigerito. Siamo nell’epoca del premi un bottone e il resto è tutto automatico.L’automatismo è bello , ma addormenta le menti, uccide il ragionamento, annebbia i cuori.Il problema in fondo è sempre lo stesso , il cuore essendo un muscolo ha bisogno di esser allenato, e noi tutti oramai , di allenamento non ne vogliamo sapere.Considerare al “netto” è uno sforzo che ci pone di fronte i nostri limiti, e questo , diciamolo francamente, terrorizza i piu’ , che lascian perdere. Li chiamano pazzi, fuori di testa, coloro che osano rompere la cortina del ben pensare, o pensare allineato, e forse lo sono anche.Ma ogni apertura , infrazione, squarcio culturale, su questa terra è stata fatta sempre da pensatori “pazzi”. Nel bene e nel male , coloro che approfondiscono si son dovuti spogliare di ben gravi preconcetti.Tutto cio’ io ( che non sono di sicuro un grande saggio) lo chiamo “ecologia di pensiero”. In un epoca in cui tutti si riempiono la bocca di questa parolona…ecologia!, ben pochi riesco a essere puliti nel pensiero. Per me vale sempre la regola che ogni attività che possa poi realizzarsi , deve nascere dal nostro interno, non possiamo creare niente di ecologico se non pensiamo ecologicamente.Ecco anche il mio post di qualche mese fa in tema http://garimar.blogspot.com/2008/01/il-pensiero-ecologico.htmlvoleva esporre i concetti che poi mi hanno portato a scrivere “11 anni”In ogni caso questa odierna riflessione , mi rende cosciente ancora di quanto io debba capire se non voglio sprecare quei miserrimi 11 anni che ho a disposizione e di cui ho già speso .

  2. 7 settembre 2008 alle 09:29

    Hai ragione ecologia di pensiero o ancora meglio igiene del pensiero. Voglio solo aggiungere preferisco una consapevolezza dolorosa a un ottusa rappresentazione a cui far finta di credere per non sentirci diversi dalle maggioranze. Consapevoli però di dover pagare un praetium doloris.Voglio citare un autore che ha messo in dubbio ogni scorciatoia di pensiero, di dogma e d di fede:“Nei tormenti dell’intelletto c’è una dignità che si cercherebbe invano in quelli del cuore. Lo scetticismo è l’eleganza dell’ansia”E.M. Cioran (Sillogismi dell’amarezza)

  3. 7 settembre 2008 alle 16:30

    Molto profondo.

  4. 7 settembre 2008 alle 16:38

    Ti ringrazio per aver lasciato un segno, Zret!

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