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La peste del linguaggio

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze” (Lezioni americane, Italo Calvino).

Questo passo di Calvino l’ho letto svariati anni fa, penso alle superiori, e mi è sempre rimasto impresso sulla pelle. Mi ha colpito tantissimo come esprime, con la forza del grande scrittore, una percezione che all’epoca già facevo mia e che con il passare degli anni si è fatta sempre più travolgente.
Ho il tragico sospetto che la lingua dopo un percorso ascendente di strutturazione, di costruzione del sistema, di ricerca raffinata, di architettura grandiosa formata da una ricca complessità rispecchiante il mondo, sia entrata nella fase opposta di decadenza e depauperamento
In questi anni mi è capitato di leggere le denunce che si ripropongono ciclicamente. Il diffondersi dell’analfabetismo di ritorno, il ridicolo numero di quotidiani che si vendono in Italia, i giovani che usano un vocabolario di 300 parole.
Ma è sopratutto ascoltando il linguaggio in giro che la depressione tocca le sue punte massime: tutto diviene “cosa, bello, brutto”. Gli aggettivi non vengono graduati, i superlativi regnano sovrani, molti sostantivi vengono obliati. Tutto il passato, dai dinosauri in poi, è inghiottito dal passato prossimo.

Non ho le qualità letterarie e intellettuali di Calvino, ma il suo appello accorato dovrebbe essere fatto proprio da tutti noi.
I vocabolari si stanno riducendo a manufatti inutili e l’uso di una qualunque parola di uso non quotidiano assume le fogge di comportamento curioso, oscillante tra vanità, spocchia ed eccentricità.
Ma curare il linguaggio, esprimersi con un’attenta scelta delle parole è una forma di rispetto per l’interlocutore e un lessico non trascurato riempe di senso i concetti, rende piacevole parlare, ascoltare, leggere e scrivere.
Non è il gioco autoreferenziale degli intellettuali e degli amanti della lettura. Non è un di più, un orpello, un maquillage. È sostanza, è contenuto, sono coordinate.

La lingua inglese si è imposta in molti ambiti per la sua sinteticità e va giustamente sfruttata per queste sue qualità. In questo siamo molto ricettivi. Siamo invece refrattari a utilizzare la qualità straordinaria della lingua italiana: la ricchezza complessa e variopinta, la precisione nella molteplicità, l’accuratezza dei termini, l’incredibile scelta di sfumature.

Il problema è che abbiamo la scusa di vivere di fretta, i nostri tempi ci costringono a tagliare il superfluo e sembra che proprio una delle funzione essenziali, come la comunicazione, sia ritenuta tale.
Riteniamo di poter accorciare, tagliare, abbreviare, spogliare discorsi, parole, messaggi. Si fa prima, tanto ci capiamo che importa se stiamo mutilando il nostro stesso pensiero!

Ma così andiamo perdendo umanità, con certi vocaboli scompaiono emozioni, modi di sentire, di rappresentarsi.
Quando ci esprimeremo tutti quanti con le stesse, identiche e banali parole non saremo più uguali. Non ci capiremo meglio. Saremo solo noiosi e piatti.

Da questo punto di vista televisione forzatamente nazionalpopolare, radio dj sciocchi, sms e mail sono stati deleteri, forse ci salveranno i blog?
[photo credit: wikipedia]

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  1. 10 agosto 2008 alle 11:30

    Una riflessione che condivido. Le parole sono importanti, e troppo spesso – da quelle di uso comune a quelle più “ricercate” – se ne fa un uso distorto e che le svuota del loro significato. Magari in nome della semplificazione o semplicità che dir si vogliaE così facendo, è la comunicazione che ne ha sofferto, e giù giù fino a farci anche smarrire il senso della comunità.Non ho nulla contro le forme più “semplici” del linguaggio, e apprezzo molto anche quello semplice e immediato del “corpo” (una carezza, un sorriso, ecc…)Ma la fretta di cui parli (che spesso è solo superficialità) ci ha portato non ad una semplificazione della comunicazione, ma ad una sua regressione e a volte ad uno smarrimento del suo senso.Un sorriso se lo vuoiMister X di Comicomix

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