Home > politica > Confessione di un fannullone della pubblica amministrazione

Confessione di un fannullone della pubblica amministrazione

Confesso sono uno di loro. Sono uno di quelli che oziano mentre la fervente società italiana lavora.

Faccio colossali sonnellini mentre il bel paese lavora, suda, sbuffa e produce.
Sono un paria, un infetto, un parassita.
Lo ammetto sono un dipendente pubblico.
Io non avrei voluto ma è successo. Ho delle attenuanti, il bisogno materiale, ad esempio, ma so, di fondo, che non è una giustificazione sufficiente.
Io avrei voluto aggregarmi alla parte pulita, etica, laboriosa della nazione, ma non mi hanno voluto.
E così sono finito in questa massa infame, in questa casta di intoccabili.
Come massoni ci riuniamo nel lusso sfarzoso dei nostri uffici (pagati chiaramente con le vostre tasse!) e organizziamo le più diverse attività ludiche per passare il tempo che non vuole passare.
Non lavorando la noia è sempre in agguato e non possiamo passare l’intera giornata in bar… troppa caffeina fa male! Ci vorrete mica ammazzare?
Anche la lettura della Gazzetta non assorbe tutte le lunghissime ore di non lavoro.
Allora bisogna ingegnarsi. Tornei di bocce, partite di scopone, incontri erotici, solitari, internet.
Ma che fatica! Non siamo abituati a darci così tanto da fare! Aiuto! Dovrebbe essere il nostro (presentissimo) datore di lavoro che dovrebbe organizzare le attività alternative all’assurda pretesa di lavorare.
Invece latita, ci tocca arrangiarci, vi pare giusto?

Per onestà intellettuale devo dire che i dirigenti pubblici si dannano l’anima per cercare di farci lavorare.
Con eroico impeto ci incitano la lavoro, motivano la nostra produttività, controllano i nostri compito. Il loro è un fulgido esempio che dovrebbe guidarci e invece nulla! Essi sono un paradigma di stakanovismo, lucidità e competenza, d’altronde sono di nomina politica, ma nonostante questo continuo modello positivo noi, refrattari e ottusi come muli, non riusciamo a seguire. La loro dedizione, la loro continua presenza, la loro lungimiranza, il manifesto senso del dovere non ci contagia.

Bisogna inoltre assolvere anche le procedure di reclutamento del personale pubblico. Sono sempre limpide, cristalline mai inquinate da intrallazzi, sotterfugi, raccomandazioni e porcate politiche. Nonostante questo nella noi accozzaglia nullafacente riusciamo ad infiltrarci nella pubblica amministrazione.
E sia chiaro, fin da subito abbiamo la ferrea volontà di non fare nulla. Il nostro atteggiamento non può trovare giustificazione nel fatto che se si comincia a lavorare c’è il rischio di fare il lavoro di altri 4 fannulloni. Non ci si nasconda dietro il fatto che siamo malpagati, malvisti e che la stampa non perde occasione, giustamente, di sottolineare le nostre malefatte e il nostro intrinseco, forse atavico, senso di indolenza e allergia alla fatica. Non è una scusa essere assediati da mediocri, inetti, raccomandati, adulatori, cerchiobottisti, consorterie orizzontali, shogunati verticali. È inaccettabile opporre alla lombrosiana ritrosia al lavoro il fatto che siamo immersi in un organizzazione dove lavorare o non lavorare è indifferente in termini di soldi, rispetto, considerazione e carriera. Non si osi dire che il pesce puzza dalla testa o che nelle squadre si cambia l’allenatore e non i giocatori. No. Noi lavativi non abbiamo scuse.

Ha ragione lo statista di statura: colpirne uno per educarne cento, ma, se la peste è il lavoro noi siamo i monatti. Vaccinati, non più contagiabili. Quindi, se posso, consiglierei al ministro un altro metodo maoista degno di nota: la rieducazione. Stanze buie, sessioni di studio (internet, inglese, impresa…), ammissione delle proprie colpe nei confronti del popolo, pentimento, umiliazione e gogna pubblica.
Io, da parte mia, mi impegno a frequentare il percorso rieducativo non appena il ministro lo attiverà (ma solo se non è troppo faticoso).

P.S. ma parlamentari e ministri sono dipendenti pubblici?

“Senza pretesa di voler strafare/io dormo al giorno quattordici ore
anche per questo nel mio rione/godo la fama di fannullone
ma non si sdegni la brava gente/se nella vita non riesco a far niente.
Ho anche provato a lavorare/senza risparmio mi diedi da fare
ma il sol risultato dell’esperimento/fu della fame un tragico aumento
non si risenta la gente per bene/se non mi adatto a portar le catene.
Non sono poi quel cagnaccio malvagio/senza morale straccione e randagio
che si accontenta di un osso bucato/con affettuoso disprezzo gettato
al fannullone sa battere il cuore/il cane randagio ha trovato il suo amore”
Il fannullone, Fabrizio De Andrè

Advertisements
  1. 17 maggio 2008 alle 23:31

    posso venire a non lavorare da te?

  2. 18 maggio 2008 alle 17:15

    non ho abbastanza non lavoro da condividere…

  1. No trackbacks yet.

Spazio al dissenso

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: