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La convention e il mio pensiero differente.

“We don’t need no education
We dont need no thought control
No dark sarcasm in the classroom/Teachers leave them kids alone
All in all you’re just another brick in the wall”

Another Brick in the Wall – Part 2, Pink Floyd
(The Wall, 1979)

Toc toc. Chi è? La convention dei comunicatori! NO!!! Anche quest’anno? Ma non posso evitare…? No, fai parte della famiglia professionale… e poi aiuta la tua crescita… e poi fa parte del tuo ruolo… e poi… Le parole sono pietre, ci diranno. È vero. Alla sola parola convention mi viene il prurito di mettere mano alla fondina. Alle parole convention dei comunicatori sale irresistibile la voglia invadere la Polonia….. Rassegnato vado come un soldatino e il mio animo lo può descrivere solo il poeta De Andrè “te ne vai triste come chi deve” “mentre marciavi con l’anima in spalle”. È la terza volta. Alla prima mi ero avvicinato senza pregiudizi e con speranza. La seconda volta con rassegnazione. Questa volta con rabbia. Ero prevenuto.
L’inizio è la solita scena isterica. Baci carezzevoli, abbracci genitoriali e strette di mano calorose. Siamo una grande famiglia, siamo tutti amici, ci vogliamo bene. È stupendo rivedersi con i colleghi, (ma che dico!) amici, almeno una volta l’anno per scambiarsi le esperienze comuni.

Non siamo dipendenti, né risorse umane. No! Siamo persone. Di più, siamo Comunicatori. Esigiamo rispetto. E allora? Sfoggiamo l’abito della festa, i pezzi migliori, lustrini, strass, minigonne, tacchi, scollature, permanenti appena gonfiate, cotonature fresche, i gioielli più preziosi dello scrigno o la cravatta più bella del set.

Io sono dissidente jeans, maglietta e scarpe da ginnastica. Come ogni giorno di lavoro del resto, perché, per me, questo è lavoro. Ma sembra solo per me. Gli altri hanno lo spirito della gita scolastica, si avviano a questo macello d’anime con la leggerezza e gaiezza di chi va ad una scampagnata primaverile con la prima fidanzatina.
Io svicolo, fortunatamente arrivo poco prima dell’inizio. Si spengono le luci, sale la tensione inizio del filmato. È lo spot dell’Ap**e, quello sui grandi geni. Taglio artistico, bianco e nero, messaggio anticonformista. Bello spot che accredita una delle aziende più elitarie e boriose del mondo.

Questa è la genesi della convention (sic!), avrà dunque un significato? Certo, questo è il modello di creatività (quante volte dovrò, mio malgrado, ripetere questa parola), o meglio, di pensiero a cui aspiriamo. “Pensare differente”. Appare a tutti chiaro, tranne che a me, che appropriarsi dell’altrui creatività come modello, fa diventare creativi anche noi. Non importa se il 99% delle personale in sala non abbia mai usato quei prodotti, anzi che incontri difficoltà anche con i prodotti concorrenti (quelle delle finestre con la W). Non importa neanche che (forse?) molti non conoscono la filosofia di fondo di quella azienda che proponiamo come paradigma di creatività. Non importa se la nostra azienda è, invece, assolutamente conformista e conservatrice nell’utilizzo della tecnologia. Per quanto mi riguarda non importa se si tratta di un azienda che fa ottimi prodotti, è un azienda che se la tira troppo, troppo stilish, troppo anti-popolare, troppo speculatrice per essere presa ad esempio. Ma se la tira quindi è un esempio perfetto.

Pensare differente, prendo l’invito sul serio ed ecco come penso differente io!
La Grande Guida Luminosa appare. Proferisce il Verbo. Un pistolotto sulla filosofia dell’azienda e una parabola personale (il Vangelo secondo Lui). Applausi a scena aperta. Commenti di consenso, apprezzamento generalizzato e compulsivo… che Grande Guida abbiamo! In sala si percepisce chiaramente l’innalzamento degli ormoni femminili, ma, suvvia, anche maschili! Si va avanti, lectio magistralis, Dio è nelle slides di powerp****. Comincia il lungo percorso di auto-convincimento collettivo. Io sento che sto subendo un tentativo di rieducazione e mi viene in mente Mao Tse Tung ma devo essere l’unico. Quello che mi colpisce profondamente è la convinzione assoluta dei miei colleghi. Non c’è spazio alla critica e al dubbio. Vogliono tutti lasciarsi andare al caldo abbraccio della fede nell’oracolo che prende nome di Comunicazione (rigorosamente con la C maiuscola). Come ci hanno ripetutamente insegnato essa non è una scienza, ma ciò non la sminuisce visto che tutti sembrano viverla come una Fede. Sono saldo di nervi e non riescono neanche a farmi scivolare nell’agnosticismo… al riguardo rimango ateo e quindi, là dentro, sono un alieno. Per fortuna (per la mia incolumità) non se ne accorge nessuno. Sono troppo presi da se stessi e dalle loro visioni stile Lourdes. Dal mio angolo sono libero di osservare il campo lungo. Come un vietcong dal suo tunnel ho, volendo, tutti i marines (chiassosi di sicumera aprioristica) nel mirino.

I coffe break sono il momento migliore per prendere la mira di questa massa informe brulicante endorfine. Come fosse un’esercitazione di emergenza tutti si precipitano verso il cibo e le bevande per ricaricarsi ed essere pronti al secondo atto dello spettacolo. Il lungo tragitto verso l’agognato sostentamento è un’altra occasione per socializzare e succhiare la linfa di persone che sono, finalmente, simili a noi, comprendono la nostra creatività e ridanno conforto alla nostra missione. O sì, missione! È il ritornello dei tre giorni. Non pensavo sarebbe spuntata così spesso! Ma il cerchio si chiude; ogni fede escatologica ha una missione da affidare ai suoi fedeli! Coerente. Io, più la sentivo ripetere, più mi appariva vuota e aliena da me.
Mi mancava l’aria in mezzo a tutti questi gerarchi inconsapevoli che sul ritmo da passo dell’oca all’amatriciana ripetevano, come un mantra, una missione che alla fine esisteva solo dentro questo recinto di tre giorni. Il clima complessivo non permette dissenso come se la motivazione non potesse comprendere la critica. Eravamo immersi in una piazza di Berlino 1936. Io, ma solo io sia chiaro, visto i miei noti problemi di sociopatia, mi sono sentito oppresso dal, per me, chiaro intento di distorsione della realtà e manipolazione del vissuto comune.
I vari salmi sono tenuti insieme con la maestria retorica del Grande Capo (paterno, indulgente, spiritoso e saldo) il quale, conclusi gli ultimi miracoli, ha il tempo di orchestrare la convention messa su da adoranti “collaboratori”, la cui bravura è indiscutibile e universalmente riconosciuta… Forse se la tira un pochino, ma se lo fa la Ap**e, perché non lui? Ma, ahimè, anche i più dolci sogni giungono a conclusione e finisce la giornata. Ma le masse adoranti il giorno dopo hanno il salto del cerchio di fuoco ed allora, con spirito di abnegazione degna di un balilla Stakanov, restano anche dopo l’orario (sono certo che lo fanno anche nelle normali giornate di lavoro…) per fare le prove generali. Abnegazione da applausi. Per me niente applausi, mi tiro da solo uno schiaffo metaforico e mi avvio verso l’albergo, svuotato come un emofiliaco ad un congresso di vampiri.

Il secondo giorno è il trionfo del lavoro di gruppo (quante belle parole spese per questa modalità di tortura che ti costringe a grottesche contrattazioni con figure degne di Chagall!). La presa di potere da parte dei discepoli a cui è data finalmente l’occasione di essere protagonisti e dare prova della propria bravura di fronte a un pubblico (finalmente!) competente. Ad ogni rappresentazione, una carezza verbale del grande Capo, o gioia, o godimento, o giubilo! Non posso negarlo, loro sono tutti bravi. Quanto talento sprecato nel grigiore generalizzato della nostra realtà aziendale. Quanto siamo perseguitati dall’invidia dei colleghi e dalla miopia dei capi che non riescono vedere quel torrente in piena che è la Creatività del Comunicatore. Ci crediamo tutti. Siamo dei virtuosi. La nostra mente è un continuo ribollire di idee ed è l’ottusità generale che causa il fatto che il sul posto di lavoro non se ne accorge nessuno.

Scorrono i lavori rappresentati e tutti si appropriano di spezzoni di film famosi, altrui esperienze creative che ci rappresentano così tanto che non possiamo non appropriarcene, farli nostri, perché (o sì) quanto ci rappresentano, tanto da poter anche noi risplendere nell’altrui genio (che è anche il nostro, poco male se gli altri non se ne sono ancora accorti). Che splendida palestra eroica per il senso di appartenenza, che commovente occasione per dare vetrina al nostro roboante “me ne frego” delle regole dell’Azienda (“io so come si fa”), che stupefacente occasione per marciare sull’altrui arida mancanza di comunicatività e creatività. La parata è stellare tra sproloqui osceni e complimenti rimbalzanti tra protagonisti e la grande guida (a cui saprei solo associare i saluti romani), ringraziamenti e botte di genio.
Alleluia, alleluia! Quale assoluta convinzione in se stessi e nella propria attività. Una convinzione così ferma e solida che non ha neanche bisogno della controprova della realtà. Siamo i missionari. Grigi burocrati tarpano le nostre giovani ali. Il mio racconto è, chiaramente, viziato, dall’invidia per il loro talento! Gruppo dopo gruppo tutti danno prova della loro competenza e (poteva mancare?) della loro creatività fino a giungere all’apice della creazione, con una sorta di cosmogonia creativa. Un gruppo (in uno lavoro di gruppo..) numeroso, tutti vestiti uguali con maglietta nera, tutti sapientemente disposti nei vari angoli della sala (così, come effetto secondario, potevano controllare il consenso unanime…), a muoversi a comando (memorizzati) con cartelli, slogan e urla di guerra come una milizia perfettamente oliata in parata davanti al Duce. Quanta creatività nello stile marziale e nei movimenti militarmente massificati.

Gran finale. Premiazione, commozione, premi, strette di mano, complimenti, inno finale alla vita e alla missione. Che gioia per miei occhi! Quando avrò mai siffatta potenza espressiva? Si poteva lasciare al singolo momento fugace tanta beltà? Poteva non tenersi traccia di questi momenti storici? No tutto è stato filmato perchè ciò che non appare non esiste. Quindi da qualche parte esistono le prove di quanto affermo. Forse uscirà un dvd, non scherzo!
Sembra contare solo il contenitore. Il contenuto è un orpello la cui valutazione etica è chiaramente una truffa maliziosa. Veicolare messaggi, non importa quali. Colpire il target, avere il feedback, fosse anche sangue, linguaggio da gente con le mostrine. Forse, sicuramente, è una guerra. Nelle occasioni belliche (e nelle dittature) la comunicazione si chiama propaganda, nel mercato liberal-democratico si chiama creatività. Sottigliezze di linguaggio.
Uno slogan di controinformazione diceva “tutto ciò che sai è falso”, nell’esperienza concetrazionaria di questi giorni lo slogan era “tutto ciò che senti e vedi è vero”. Tutti si prendono terribilmente sul serio, senza auto-ironia, ogni autocritica è finta e tendenziosa a qualcosa di positivo. La fiera delle vanità. Una sala di specchi deformanti per il narcisismo egotico dei soldatini del Santo. Una bolla di sapone, un inganno di 72 ore che dovrebbe fungere da motivazione, gita premio o consolante psico-non-analisi di gruppo.

Qualche miracolo ancora, qualche gioco di prestigio, complimenti abbracci, baci e filmato all’inverso dell’inizio. Ore 13, terzo giorno. È finita! Saigon è liberata. Ancora mezzora e, per la libertà, avrei fatto voto di castità come Lucia Mondella. Differentemente dagli altri penso di non essermi divertito, di non aver imparato nulla, di non essere cresciuto. Ma non conta, alcuni pensieri differenti sono più differenti degli altri e quindi fanno Storia.
Liberi tutti, rompete le righe. Basta orgasmi. Io, ormai inutile ostaggio, sono rilasciato,e corro libero verso la mia vita in bianco e nero e slow motion lasciando ai miei colleghi colori ed effetti speciali

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  1. 10 maggio 2008 alle 12:04

    l’ho letta in apnea, quante verita’…

  1. 28 luglio 2010 alle 19:32
  2. 10 novembre 2011 alle 21:51

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