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Della teoria o della distruzione delle illusioni di sapere

Ero in treno. Cercavo di leggere ma le chiacchiere delle mie due giovani vicine di posto mi toglievano la concentrazione. Allora, giocoforza, con un orecchio ascoltavo le loro conversazioni. Parlavano di università, entrambe facevano psicologia. I classici argomenti che affrontano i compagni di corso: esami, professori, corsi. Mentre cercavo di focalizzare la mia pagina risuonavano lontani brandelli di conversazione “psicologia evolutiva”, “psicologia del consumo”, “psicologia dell’anziano”, “scelta morale del bambino” e via discorrendo. Avevano una convinzione assoluta in quello che dicevano. Una fede nella teoria che solo gli studenti possono avere.

L’entusiasmo per quelle costruzioni perfette che sono i libri di testo, dove tutti i casi sono riportabili alle teorie.
In questo mi facevano tenerezza, sarà forse per il cinismo di chi ha, suo malgrado, l’esperienza degli anni. Mi sono rivisto in loro, anch’io ho pensato, un tempo, che lo studio fosse fine anziché mezzo, poi uno impara a proprie spese…
Ascoltandole avevo difficoltà ad ottenere la “sospensione della credulità” per via del loro aspetto veramente infantile, del cellulare fisso in mano, del loro intercalare ultra giovanilista (“che figata”) alternato al discorrere assolutamente fanciullesco (“lo riletto almeno 5000 volte”).

Ad un certo punto la rivelazione “a settembre mi laureo (triennale) e mi iscrivo all’albo degli psicologi…”. Nella mia testa una voce ferina ha urlato distintamente: “cosa??????”. Ero sconvolto. Mi sono visto arrivare al rinomato studio, accomodato sul lettino e vedere spuntare una quasi adolescente cantilenante che mi chiede di parlare della mia infanzia. Le cose non mi tornano. La stessa che trovava impegnativa una lettura di un articolo di 11 (e dico 11) pagine dovrebbe indagare la mia psiche?
Dovrei affidare il mio inconscio a chi ha come esigenza primaria la media dei voti universitari?
Mi sono chiesto come può una ventitreenne piena di sé e dei suoi libri può riuscire a svolgere un mestiere così delicato. E sopratutto chi, dopo averla vista, potrebbe affidarsi alle sue curate mani?
Sto facendo del razzismo anagrafico? Sono inutilmente cattivo? E, sopratutto, Cosa deve fare uno psicologo fino ai quarantanni???
Non so, sono anche interessato perché penso di aver bisogno di uno psicologo… ma di uno bravo! Però mi sono immaginato la scena di me di fronte a questa baby professionista mentre le riversavo addosso un ventennio di frustrazioni, un metro e settantasei di rabbia, 80kg di angosce, 34 anni di malaffare italico.
Al pensiero ero contento. Sorridevo tra me e me sicuro che in questa immaginaria seduta avrei potuto distruggere la sua kasbah di certezze accademiche in pochi minuti di pura, accecante obliquità nichilistica. Non dubito che avrei potuta annichilirla fino al pianto, convincerla a bruciare i suoi libri universitari (e, forse, anche i sacri, ordinatissimi appunti) e farla correre disperata nelle braccia dell’antipschiatria!

“I am a teenage schizoid
The one your parents despise
Psycho Therapy
Now I got glowing eyes
I am a teenage schizoid
Pranks and muggings are fun
Psycho Therapy
Gonna kill someone”
Psycho Therapy, Ramones

[foto Sabasan]

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  1. Anonymous
    8 aprile 2008 alle 08:07

    Scusa ma non mi sei piaciuto!Ma cosa vogliamo da questi giovani? Se l’incontriamo in treno che discutono di studio e delle loro difficoltà nell’apprendere pur usando un linguaggio poco forbito e fanciullesco evidentemente dovuto ad una fase di crescita ossia ad un eta giovane ed acerba (beati loro) non va bene. E se avessi incontrato uno di quei ragazzi tatuati, alternativi, un “rasta” avresti pensato ad una calibro 38?Senza sapere chi veramente fosse quel ragazzo?Tu hai rubato di nascosto i loro pensieri le loro frasi i loro sfoghi tra coetanei ed hai tratto delle conclusioni. Beh io sono napoletana e spesso tra amiche si parla in dialetto, mai sia ti avessi incontrato in treno, avresti detto che non conosco l’italiano!?Se solo tu avessi smesso di fingere quella lettura e ti fossi dedicato all’ascolto magari intromettendoti con educazione e rispetto avresti scoperto un mondo meraviglioso che sa parlare a secondo dell’interlocutore avresti dato loro la possibilità di farti capire chi veramente fossero. E poi se non sbaglio i professori siamo noi che ci fingiamo adulti di pensiero e vestiamo con jeans a bassa vita cosa diamo a questi nostri figli? Le stesse nostre tedie? Loro hanno bisogno di auto stima caspiterina! (trovi che questo termine sia fanciullesco e quindi indegno?)Quella che non hanno dato a noi. Ed è per questo che abbiamo bisogno dello psicologo ma lo vogliamo capire si o no!!! Ecco! Gli psicologi sono loro che ci piaccia oppure no.

  2. 8 aprile 2008 alle 18:38

    Se il mio intervento fosse stato serio ti avrei chiesto:Rubare di nascosto a chi parla ad alta voce 40 cm da te?Ti sembra che il giudizio sull’esteriorità sia prevalente nella descrizione?Ti sembra strano che qualunque cosa io senta tragga, volente o meno, delle conclusioni? Sono o non sono un entità senziente? Conosci un modo per sospendere il giudizio?Ti sembra un attacco alla gioventù e al loro “mondo meraviglioso” o una critica affettuosa verso chi rinnega affrettatamente la sua età per correre incontro a uno status adulto non raggiunto?Pensi davvero che io mi finga adulto o, invece, non credi che stia cercando disperatemene di restare giovane (nella testa e non nel vestiario)?Ti avrei detto anche che non ho figli perché ammetto che non saprei come educarli (sono limitato) e avrei aggiunto che ho bassa autostima e, pertanto, poca ne concedo agli altri. Ti avrei convinto anche che sono un negativo e un nichilista e che non so cosa farci (e che in realtà non mi dispiace), ecco perché le parole non possono che essere oblique. Non ho invidie, ne rimpianti (“se non di essere qualcun altro” – Woody Allen), solo rabbia (a folate).Ti direi tutto questo se avessi scritto seriamente, invece erano parole grottesche e sarcastiche che non meritavano una tale analisi critica. L’intento era volutamente sopra le righe e burlesco. Spesso, dopo le mie giornaliere e seriose speculazioni sul mondo, sento l’irresistibile necessità di non prendermi sul serio e, insieme, di fare la parodia al mondo. Nulla di più!

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